L'ACQUEDOTTO DI ROIANO | IL MODELLO A PERCOLAZIONE CIECA ATTIVA | MONTEFIASCONE
L'Acquedotto di Roiano è il terzo anello del sistema idrico di Montefiascone e completa l'analisi di San Flaviano già presente in questo portale.
L'ACQUEDOTTO DI ROIANO: IL TERZO ANELLO A QUOTA 502 M. S.L.M.
L'acquedotto di Roiano presso Montefiascone in provincia di Viterbo nel Lazio, rappresenta il Terzo Anello dell'Antico Circuito Idrico Ipogeo del territorio con una Sorgente posta a 502 m. s.l.m.
Questo Sito si distingue per il suo particolare funzionamento a Percolazione Cieca Attiva.
Dopo aver esplorato l'avvincente Acquedotto di San Flaviano che vanta il tragitto più esteso in assoluto tra gli Acquedotti protagonisti dell'Antico Circuito Idrico di Montefiascone perchè costituito dalle Tre Sorgenti "A Contatto" di portata maggiore che ricordiamo affiorare tutte sotto l'attuale Giardino della Rocca dei Papi e che riguardano rispettivamente l'Acquedotto di San Flaviano, l'Acquedotto del Castagno e l'Acquedotto di Roiano, premeva in me la necessità di una contrapposizione che fosse subitamente opposta agli altri due, ovvero fornire la documentazione con il nesso idrico dal percorso più breve in assoluto oltre a quello che si attestava storicamente come il più tortuoso e scomodo da un punto di vista logistico per la sua fruibilità anche se con il senno di poi, dopo aver Esplorato anch'esso, posso dire di aver intrapreso un percorso a piedi dove il cammino, paradossalmente, restituisce al visitatore un magnifico feedback geo-paesaggistico.
GEOLOGIA E STORIA: L'ITINERARIO DELLA MEMORIA DI MONTEFIASCONE
Seppure infatti l'Acquedotto di Roiano si presenti con una fattura più semplice rispetto all'Acquedotto di San Flaviano e all'Acquedotto del Castagno per via della tipologia geologica della sua pietra, laddove lo strato superiore della falda acquifera anzichè presentare una composizione a lapillo è molto più dura da scavare, anche se permeabile, devo ammettere di essere rimasta sorpresa nel constatare come ad oggi, attraverso il sopralluogo del febbraio 2026 della scrivente, l'Acquedotto resti sostanzialmente fedele alla descrizione di chi mi ha preceduta nei secoli scorsi.
Anticamente, fontanili come questo di Roiano, fungevano da "stazioni di servizio" per viandanti e animali che risalivano le pendici verso il borgo ed oggi tale Acquedotto con Bottino collegato ad un Fontanile, indica un esempio perfetto di come l'uomo abbia trasformato un paesaggio aspro in un luogo ospitale, "estraendo" l'acqua dalla roccia.
Oggi, questa Opera di Ingegneria Idraulica rappresenta un legame vivo con il passato, rendendo il sentiero un percorso naturalistico ed escursionistico in grado di creare un grande itinerario della memoria.
IL MODELLO DI CAPTAZIONE DI ROIANO: ANALISI TECNICA E STRUTTURALE
Il mio appagamento più grande e' stato dettato dalla sensazione di entrare in una capsula del tempo, pressochè intatta dagli anni novanta ad oggi dove il mio tragitto seppure breve, ha saputo trasformarsi in una grande lettura storica.
Inizierei dubito con il proporre una grande Analisi Tecnica e Strutturale dell’Acquedotto di Roiano utile alla distinzione rispetto agli altri due Acquedotti.
L’acquedotto di Roiano rappresenta infatti una specifica variante ingegneristica nel Sistema Idraulico di Montefiascone. Sebbene condivida appunto con le altre due condutture lo stesso bacino di alimentazione situato sotto il Giardino dei Papi come accennato sopra, esso si differenzia radicalmente per la strategia di captazione e per la gestione del regime idrico.
Dal punto di vista dell'origine delle acque e del regime pluviometrico è fondamentale precisare che l'acqua intercettata dal sistema di Roiano, sebbene definita meteorica, non è costituita dalle precipitazioni immediate ovvero da un dilavamento superficiale. Si tratta di acqua che ha compiuto un lungo processo di filtrazione attraverso gli strati di tufo e lapillo. Tuttavia, le piogge stagionali influiscono direttamente sull'intensità della percolazione al momento in cui l'acqua piovana recente carica gli strati superficiali del suolo creando una pressione idrostatica che spinge l'acqua già presente nei pori della roccia, verso il basso. È proprio questo fenomeno di "volano idrogeologico" a far sì che, a seguito di periodi piovosi, la camera cieca mostri una percolazione più intensa e accelerata, pur mantenendo l'alto grado di filtrazione garantito dal passaggio ipogeo.
È proprio in quest'ottica che addentrandomi nel vivo dell'esplorazione espongo a parole quanto le recenti piogge abbiano indirettamente accelerato questo processo, documentando tutto nel Video relativo.
STRATEGIE DI CAPTAZIONE: INSEGUIMENTO VERSO ESPANSIONE
La differenza strutturale tra i tre rami risiede nella geometria delle opere:
San Flaviano e Il Castagno (Gallerie di Inseguimento): Caratterizzate da gallerie lineari notevolmente più lunghe, questi rami sono stati progettati per penetrare in profondità il banco roccioso fino a intercettare vene sorgive già sature. In questi casi, la galleria funge da condotto drenante che scorta un flusso già formato.
Roiano (Camera di Espansione e Attesa): Qui l'ingegneria storica ha optato per una captazione statica e volumetrica. Invece di prolungare lo scavo, è stata realizzata una camera cieca che aumenta la superficie di roccia esposta. Questa stanza funge da imbuto rovesciato che massimizza la raccolta del gocciolamento diffuso dalla volta, captando l'umidità che altrimenti resterebbe imprigionata nella porosità vulcanica.
Dal punto di vista del ruolo della Camera Cieca e del Bottino in Muratura possiamo affermare che a differenza dei condotti di "solo trasporto" degli altri due rami, a Roiano la struttura assolve a funzioni complesse:
Captazione Attiva: La volta della camera estrae attivamente l'acqua per percolazione, rendendo la roccia stessa la "matrice" della sorgente.
Accumulo e Decantazione: L’acqua raccolta in punti fissi confluisce nel bottino in muratura, dove assume lo stato di "acqua ferma". Questo bacino permette la decantazione dei minerali tipici della filtrazione lenta e funge da serbatoio di calma. L'accumulo garantisce la portata necessaria al sottostante fontanile, compensando la natura ritmica e capillare del gocciolamento rispetto alla pressione di una sorgente diretta.
In conclusione, mentre gli acquedotti di San Flaviano e del Castagno operano come sistemi dinamici a galleria profonda per il trasporto di acque già canalizzate, l'acquedotto di Roiano è un'opera di estrazione localizzata. Esso non si limita a ricevere l'acqua, ma la "va a cercare" attraverso un ingegnoso sistema di drenaggio ipogeo che traduce la pressione meteorica superficiale in una risorsa idrica costante e purificata.
LA MIA PROGRESSIONE: OSSERVAZIONI DIRETTE E DEDUZIONI D'AMBIENTE
Il piccolo ingresso del Bottino scavato nella murarura con pietre dal suggestivo taglio grande che sembrerebbero a colpo d'occhio gettate a secco, la cui visione risulta un pò penalizzata dalla vegetazione, presenta un piccolo corridoio di dimensioni un pò ridotte dove si concentra acqua abbastanza alta, circa 50 centimetri.
Effettuati pochi metri si raggiunge un bivio.
In questo punto, al centro del convoglio, si assiste ad una diramazione cieca a destra non molto lunga e per la maggior parte asciutta con la precisazione al momento del mio ingresso, della presenza di poca acqua residuale nel centro della tratta.
Dal momento che ho già riscontrato queste casistiche in altri Acquedotti esplorati, so bene quanto trovare un "braccio morto" asciutto rappresenti un indizio molto importante per diversi fattori.
Al centro del convoglio, potremmo definire questa diramazione cieca sulla destra, di modesta lunghezza e oggi idraulicamente inattiva. Sebbene si noti appunto un leggero ristagno d'acqua al centro del piano di calpestio, questo non raggiunge lo scalino di pietra laterale, confermando che il ramo non assolve più a una funzione di trasporto idrico attivo.
Tale evidenza suggerisce un tentativo di prospezione non andato a buon fine o, verosimilmente, un antico ramo di captazione la cui vena si è quasi totalmente esaurita nel tempo. La prevalente inattività di questo tratto permette di osservare la tecnica di scavo originaria, rimasta libera dalle pesanti concrezioni calcitiche che rivestono gli altri punti del condotto.
L'assenza di fango compatto e la pulizia della roccia, che si presenta nuda e umida, confermano che in questo braccio non scorre acqua in quantità significativa da lunghissimo tempo. Tale elemento si pone come una preziosa testimonianza archeologica: questo saggio di scavo fossile, rimanendo isolato dal flusso principale, conserva dettagli costruttivi e tracce di lavorazione con una nitidezza sicuramente superiore rispetto alla galleria principale.
La sezione: Si nota una forma a ogiva o a "V" rovesciata molto stretta, tipica degli scavi manuali dove si cercava di rimuovere meno materiale possibile per risparmiare fatica.
Tornando al nostro bivio, al centro, sopra il nostro capo una serie di alghe pende dal soffitto insieme alla percolazione di acqua che si manifesta da svariati punti costanti.
L'andamento principale, curvilineo alla nostra sinistra da questo momento si allarga per assume la suggestione ambientativa di una grotta fino a raggiungere uno slargo anch'esso cieco.
Ma cos'e' questo slargo di roccia viva? È la Camera di Captazione Terminale ovvero la Camera che rappresenta il "Bacino Imbrifero Ipogeo" dell'Opera: uno spazio allargato progettato per aumentare la superficie di roccia esposta e intercettare il maggior numero possibile di "vene" d'acqua, convogliandole in un unico flusso verso il Bottino in muratura esterno dal quale è iniziato il mio ingresso, per dirigersi poi nell'antico fontanile posto al di sotto.
L’elemento più suggestivo dell'interno è proprio il fenomeno della Percolazione Attiva. L'acqua piovana, filtrata attraverso gli strati di lapilli e ceneri vulcaniche, incontra la roccia e fuoriesce dalla volta in punti fissi, creando vere e proprie cascatelle.
Non vi è insomma un semplice trasudamento e questo spiega anche perché il fondo dell'ingresso sia così fangoso, in quanto la forza dell'acqua che cade, stacca continuamente micro-particelle di roccia e terra, trasportandole sul pavimento.
Questo stillicidio continuo trascina sali minerali (calcite) che, depositandosi, creano non solo dei riflessi cristallini ma anche micro-concrezioni stallattitiche filiformi.
Il luccichio che si sprigiona è accentuato dalla rifrazione della luce sulla pellicola d'acqua che riveste costantemente la grana rugosa del tufo.
È proprio questa forte percolazione la tutela dell'Acquedotto, strutturato per non allagarsi mai ma per convogliare l'acqua al di fuori.
L'Acquedotto di Roiano non è solo un condotto di trasporto, ma una vera e propria macchina per la captazione dell'acqua. Le cascatelle rappresentano il momento in cui l'acqua viene "catturata" dal manufatto umano. Il fondo allagato e fangoso accoglie questa pioggia sotterranea, trasformandola nel flusso costante che alimenta il fontanile.
Ma come fa l'acqua a filtrare così?
Le acque piovane o provenienti da falde superficiali filtrano attraverso i pori e le micro-fratture della roccia sovrastante.
Questa fuoriuscita avviene in punti specifici dove la roccia presenta fessurazioni più marcate.
Il sistema idraulico di Roiano sfrutta una lieve pendenza naturale, stimabile intorno allo 0,5%, che garantisce un regime di scorrimento a pelo libero in moto uniforme. Tale inclinazione, sapientemente mantenuta durante lo scavo manuale, permette all'acqua di percolazione di convogliare verso l'esterno senza generare fenomeni erosivi.
Tuttavia, il debole flusso attuale favorisce la lenta sedimentazione delle particelle più fini. È dunque lecito ipotizzare che nei secoli si sia formato un deposito fangoso e sabbioso non direttamente visibile ma presumibilmente accumulato negli interstizi tra i massi sul fondo. Nei primi metri del bottino di captazione si nota infatti una configurazione che suggerisce la presenza di un letto filtrante e dissipativo composto da piccoli clasti derivanti dalla lenta degradazione superficiale dei massi stessi e dal trasporto solido naturale.
Conferma funzionale: Tale deposito non è un difetto costruttivo, ma la prova che gli interstizi tra i massi hanno svolto correttamente la loro funzione di "trappola per i sedimenti", (piscina limaria naturale), innescando un processo di decantazione interstiziale. Questo sistema permetteva di abbattere la torbidità dell'acqua già all'ingresso, impedendo al limo di proseguire nello specus e mantenendo pulita la condotta a valle.
Manutenzione storica: In epoca di pieno utilizzo, questo strato di fango veniva periodicamente rimosso durante le operazioni di spurgo. La pulizia rigenerava la capacità drenante del fondo e la scabrezza necessaria a frenare il flusso. Una volta rimosso il fango, i massi venivano probabilmente "sciacquati" con un breve rilascio d'acqua prima di rimettere l'Acquedotto in esercizio, garantendo la massima purezza della risorsa.
Il profilo presenta una pendenza costante in ascesa procedendo verso l'interno (monte), garantendo così il deflusso naturale per gravità verso l'uscita (valle).
Tale inclinazione, sebbene appena percettibile all'occhio umano, è sufficiente a garantire il deflusso naturale della risorsa idrica captata nella Camera Terminale verso il Bottino di Presa Esterno. La profondità dell'acqua riscontrata sul fondo suggerisce un sapiente bilanciamento tra velocità di scorrimento e capacità di accumulo, tipico delle opere idrauliche storiche della Tuscia.
Gli Acquedotti così strutturati presentano una pendenza debolissima ma costante, tecnicamente definita "Pendenza di Deflusso a Gravità".
Negli Acquedotti Antichi scavati a mano, la pendenza era solitamente compresa tra i 2 e i 10 millimetri per ogni metro di lunghezza.
Perché così poca? Se la pendenza fosse stata maggiore, l'acqua avrebbe acquistato troppa velocità, erodendo il fondo e trascinando via il fango o i massi creando turbolenza.
L'effetto: Questo spiega perché l'acqua cammina lentamente lungo l'alveo del condotto.
Questa stessa fattura sottolinea ancora una volta il motivo per il quale l'Acquedotto si presenta come un'opera ben mantenuta nel tempo.
L'ALVEO FERROSO DELL'ACQUEDOTTO
L'alveo presenta una colorazione rossiccia che fa pensare ad una stratificazione di ossidi minerali naturali depositati attraverso il flusso idrico costante, tipici nella Tuscia.
NICCHIE DI SERVIZIO
Di particolare interesse è un principale incavo sulla parete di fondo, la cui forma richiama l'appoggio di un piede; resta incerto se si tratti di una pedarola funzionale realizzata per dare stabilità all'operatore o un’erosione naturale della roccia che ha assunto casualmente tale morfologia. In ogni caso, la sua posizione strategica nella camera terminale ne suggerisce un possibile utilizzo tecnico per agevolare le operazioni di scavo in profondità.
ASSENZA DI POZZI E CONCLUSIONI
Tutta la struttura si presenta come una galleria "cieca", priva di camini di aerazione. È proprio questa scelta costruttiva, tipica dei percorsi brevi o di specifica captazione ad aver preservato l'integrità della volta, massimizzando la superficie di infiltrazione.
Sicuramente, questa esplorazione mi ha permesso di aggiungere una nuova documentazione fotografica insieme alla verifica di una conferma della stabilità complessiva del Sito dopo oltre trent'anni ma anche e non in ultimo, di venire a conoscenza diretta della differenziazione del funzionamento idrico dei Tre anelli storici.
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