IL  RUDERE  DI  CASTEL  DI  PIERO:

L'ENIGMA  DELLA  CONCHIGLIA  AFFRESCATA

 

Il Frammento superstite di Castel di Piero. Storia, Fede, Geologia sul belvedere di San Michele in Teverina


Lungo il ciglio dello scenografico belvedere di San Michele in Teverina, frazione del comune di Civitella d'Agliano in provincia di Viterbo, l'occhio del visitatore e l'obiettivo del documentarista vengono inevitabilmente catturati da un dettaglio architettonico tanto affascinante quanto apparentemente inspiegabile. Aggrappata allo sperone di roccia, parzialmente occultata dalla vegetazione spontanea e affacciata direttamente sul vuoto della Valle dei Calanchi, si erge un sito perimetrale diroccato.
Questo rudere custodisce una nicchia interna sormontata da una volta a conchiglia o catino conchiliforme  impreziosita, nella sezione inferiore, da una fascia decorativa pittorica ad affresco che riprodurre motivi geometrici e profili stilizzati verosimilmente interpretabili come vasi o calici di gusto rinascimentale.

Sebbene le ricerche generiche sui motori di ricerca non restituiscano una scheda isolata o una monografia archeologica dedicata esclusivamente a questo specifico frammento murario, l'incrocio tra la memoria storica orale degli abitanti, la geologia del territorio e i documenti ecclesiastici d'archivio oggi consultabili permette di formulare una plausibile ipotesi sulla sua origine storica ed ecclesiastica.

Da Castel di Piero a San Michele in Teverina:


Per comprendere l'origine della struttura, è necessario riavvolgere il nastro della storia locale fino al Medioevo. Come ricordato ancora oggi dagli anziani del borgo che ringrazio per la gentile accoglienza, l'abitato di San Michele in Teverina non ha sempre mantenuto questo nome.

L'insediamento venne fondato ufficialmente nel 1164 da un signore feudale del posto, Piero da Mugnano, il quale vi edificò una rocca fortificata che acquisì il nome di Castel di Piero proprio in sua memoria.


Questo toponimo rimase ufficiale nei registri notarili, civili ed ecclesiastici per secoli, sebbene la chiesa parrocchiale interna al borgo avesse acquisito il titolo di Chiesa di San Michele Arcangelo già nel 1582. La situazione rimase invariata fino a quando poi, nel 1726, venne decretato il cambio di denominazione nell'attuale San Michele in Teverina, in omaggio alla devozione locale per l'Arcangelo Michele, culto diffuso nell'area sin dall'epoca longobarda.

La Faida dei Baglioni e la ricostruzione del 1569:


Il destino di Castel di Piero fu strettamente legato a quello della potente famiglia dei Baglioni. Tra il 1522 e il 1523, a causa di una violenta faida interna alla famiglia e della conseguente punizione inflitta dall'autorità papale, la rocca medievale originaria e diverse strutture fortificate adiacenti vennero confiscate e gravemente danneggiate.


La rinascita del borgo avvenne alcuni decenni più tardi. Nel 1569 il conte Alberto Baglioni avviò una radicale opera di ricostruzione del complesso monumentale. Il progetto prevedeva non soltanto l'edificazione del nuovo Palazzo Baronale, ma anche l'erezione dell'attigua Chiesa di San Michele Arcangelo, strutturalmente collegata al sistema castellano. Questo tempio venne ultimato e consacrato nel 1582 dal vescovo Sperandio.


Nelle dimore signorili e nelle strutture ecclesiastiche di epoca tardo-rinascimentale, i confini tra architettura civile e architettura sacra risultavano spesso molto fluidi: chiese, palazzi e ambienti di servizio potevano condividere murature, percorsi interni e accessi riservati.

La Donazione del 1681: la nascita della “vecchia sacrestia”:


Il rapporto tra Palazzo Baronale e chiesa parrocchiale trovò un'espansione documentata nel XVII secolo. I regesti storici della diocesi conservano infatti memoria di un atto del 1681 relativo alla concessione di una stanza del palazzo signorile da adibire a sacrestia della Chiesa di San Michele.


Secondo i documenti consultabili, per volontà della marchesa Artemisia Simoncelli. una stanza confinante con l'edificio sacro venne lasciata in uso alla chiesa; la porta d'accesso risultava collocata sul lato destro della navata.


Non è oggi possibile stabilire con certezza se il rudere affrescato del belvedere coincida effettivamente con quell'ambiente. Tuttavia, alcuni elementi come la posizione, il rapporto con il complesso storico e la presenza di decorazioni interne, sembrano compatibili con l'ipotesi che il frammento murario appartenesse a un ambiente annesso alla chiesa o al palazzo.


La nicchia a conchiglia, elemento decorativo diffuso nel linguaggio architettonico rinascimentale sia civile che religioso, potrebbe aver ospitato una statua, un'immagine devozionale oppure semplicemente costituire parte dell'apparato ornamentale della stanza stessa.

Il Documento del 1849: il riferimento alla “vecchia sacrestia”:
Documenti ecclesiastici ottocenteschi sembrano continuare a menzionare una “vecchia sacrestia” collegata alla chiesa di San Michele. Nel 1849, mentre la comunità progettava progressivamente il trasferimento delle funzioni parrocchiali verso un nuovo edificio di culto fuori dal nucleo medievale, il duca Luigi Desiderio Semonville di Montholon avrebbe rivendicato diritti sulla stanza appartenente al palazzo e già lasciata in uso alla chiesa nel XVII secolo.


Anche in questo caso, l'identificazione tra la stanza documentata e il rudere oggi visibile rimane un'ipotesi storica plausibile ma non definitivamente dimostrata da fonti pubblicamente note.

Il contesto geologico: 

L'abitato di San Michele in Teverina condivide il fragile equilibrio geologico di molti centri storici della Tuscia costruiti su speroni tufacei soggetti a erosione, frane e dissesti del terreno. Il progressivo deterioramento del costone roccioso potrebbe aver contribuito, nel corso dei secoli, alla perdita di porzioni del complesso castellano e religioso originario.


Se il rudere appartenesse davvero ad un ambiente interno del castello o della chiesa, è possibile che il crollo delle strutture circostanti abbia lasciato superstite soltanto questa parete più resistente, oggi isolata sul bordo del belvedere.


Ciò che l'osservatore moderno ammira lungo il ciglio panoramico potrebbe quindi non essere un'edicola progettata per l'esterno ma il frammento residuo di uno spazio un tempo coperto e integrato nel complesso storico dell'antico Castel di Piero.

Il “Muro Bianco”: l’intonaco come supporto architettonico:


Le pareti superstiti figurano rivestite da un ampio strato chiaro interpretabile come antico intonaco a calce. Nell'edilizia decorata dell'epoca, le murature in pietra venivano frequentemente ricoperte da superfici intonacate, concepite come base per la decorazione pittorica.

Un indizio apparentemente secondario ma di fondamentale importanza archeologica, risiede nel retro della parete di fondo.

La continuità del rivestimento ad intonaco su entrambe le facce del muro non sembra essere un semplice dettaglio esecutivo ma la prova tangibile che la struttura continuasse oltre, articolandosi in un vano attiguo altrettanto rifinito, confermando 'esistenza di un complesso vasto ed internamente protetto.

Le porzioni inferiori oggi spoglie, dove emergono conci di tufo e materiali sottostanti, costituiscono sicuramente il risultato di fenomeni di umidità, erosione e distacco progressivo della calce avvenuti nel corso del tempo.


L’apparato decorativo:

Da cosa è caratterizzata nel dettaglio questa conchiglia?

Il fulcro visivo della parete è costituito da una nicchia semicircolare sormontata da un catino con motivi a conchiglia, le cui scanalature convergono verso l'alto. Attorno alla nicchia sopravvivono tracce di pigmento rosso d'ocra che sembrano articolare lo spazio mediante bande verticali laterali e una fascia inferiore decorativa.
Al di sotto della nicchia si estende infatti una zoccolatura dipinta con moduli geometrici speculari, probabilmente concepita come elemento ornamentale continuo lungo le pareti dell'ambiente originario. 

Le tracce preparatorie ed i segni sull’intonaco:

Il forte degrado della superficie pittorica sembra aver lasciato emergere linee geometriche, segni circolari e tracciati sottostanti visibili sulla calce nuda. Alcuni di questi elementi  possono appartenere alle fasi preparatorie della decorazione murale ma qui si mescolano perfettamente con altrettanti sistemi di impostazione geometrica utilizzati invece, durante l'esecuzione dell'apparato pittorico.

L'eccezionale componimento tecnico è confermato dalla coesistenza di fitte griglie ortogonali e moduli circolari intersecati tracciati geometricamente a compasso per impostare complessi motivi a rosetta.

Ma verifichiamo insieme qui sotto i dettagli offerti da questa ricca documentazione fotografica in una vera e propria micro-analisi territoriale.

 

DOCUMENTAZIONE  FOTOGRAFICA  E  VIDEO: