INSEDIAMENTI  E  CHIESE  MEDIEVALI  NELL'ALFINA

Analisi archeologica del Sistema Pievanale di Vallocchi

 

 

Questa esplorazione oggi prende vita dal cuore di Benano, versante che degrada verso la valle del Paglia ed Orvieto e che sale per le propaggini dell'Altopiano dell'Alfina.


È proprio da qui che ho ritenuto opportuno fornire una mappatura fotografica di particolari siti archeologici religiosi rurali; rovine invisibili nel bosco, oggi quasi del tutto scomparse.


Dal punto di vista geografico infattti, Benano fungendo da cerniera territoriale riflette perfettamente quella stessa logica di controllo di confine e decentramento ecclesiastico citata da Giuseppe Pardi, storico di riferimento per l'Umbria medievale, negli studi sul sistema pievano dell'Alfina.


Nonostante l'esistenza di questi Siti sia documentata attraverso fonti storiche, altra cosa è poi effettuare una perlustrazione dal vivo, ripercorrendo palmo a palmo le aree boschive interesate a tali peculiari emergenze.


L'esperienza profonda del nostro contatto diretto all'interno di un contesto storico passa attraverso la mera osservazione dal vivo ed uno sviluppo di analisi critica filtrata direttamente dalla stratigrafia del terreno, nobilitando l'acquisizione di semplici nozioni teoriche in una forma superiore di conoscenza consapevole.


In questo caso specifico, raggiunta una prima area, la ricerca mi obbliga unicamente al riscontro di interminate distese di pietrame posizionato a terra.


Un approccio che allontana del tutto da abitudini ben più usuali e probabilmente per certi versi più comode in cui i tentativi di ricostruzione storica sono orientati a strutture seppure modificatesi nel tempo ancora in parte in piedi.


Ma il fascino in questo caso, consiste proprio nel comprendere come queste pietre non siano relative ad un materiale comune ma siano le stesse utilizzate in antico, secoli e secoli fa. 


Come è possibile allora che questo materiale non sia mai stato utilizzato in altro modo con il tempo?


Probabilmente perché, in zone isolate, il costo del trasporto per riutilizzare quel materiale superava il valore della pietra stessa.
Sono reperti in situ. Materiale di crollo diffuso e divenuto esclusivo di questi boschi, in altri casi troviamo le stesse pietre in giacitura secondaria che seguono l'andamento del pendio e che segnano il crollo delle antiche strutture murarie.


La mia sfida sul campo attraverso tale pubblicazione consiste nel cercare di far emergere questa trama invisibile e dimenticata, analizzando come tali strutture, oggi inghiottite dal bosco, fossero il fulcro dell’organizzazione medievale attraverso questa disposizione strategica tra l’Altopiano dell'Alfina e Orvieto.


Ecco perchè, mapparle visivamente oggi, non solo non è cosa di poco conto ma è probabilmente l'unica arma utile per non perderne l'informazione del tutto, prima ancora che le condizioni climatiche continuino ad interferire estinguendo in modo irreparabile queste poche tracce rimaste, che testimoniano la vita sociale avvenuta secoli e secoli fa.


In contesti di stratificazione di abbandono, un restauro fisico si rende non solo invasivo ma spesso tecnicamente impossibile, per questo mi piace pensare di effettuare in questo modo, una forma di restauro virtuale come la scelta più etica che si possa fare.


Sono qui pochissimi i punti in cui rari brandelli di mura si affiancano al solo pietrame sparso.


Essendomi spostata in più aree diverse all'interno del fitto del bosco, mi sono potuta accorgere di quanto esista però un legame univoco che accompagna queste strutture nate da un unico progetto sia edilizio o architettonico che sociale suggerendo un complesso gerarchicamente superiore a quello di singoli oratori minori, inseriti in una trama di controllo ecclesiastico ben più vasta.


A questo proposito oggi possiamo apprendere dalle fonti storiche come quest'area mantenesse un forte legame con il sistema pievanale di Vallocchi proprio attraverso la presenza di queste Chiese rurali minori, nodi di una rete capillare che garantiva il presidio religioso e il controllo del territorio.


La forza delle immagini che ho scattato, risiede proprio nella quotidianità perduta perchè hanno il potere di documentare ancora, una vita religiosa e sociale che si è spenta silenziosamente, lasciando solo lo scheletro di queste pietre.


qui l'assenza di integrità architettonica si rende essa stessa il dato principale.


Dopo aver cambiato postazione mi avvicino ad un primo grande nodo cruciale ovvero un brandello di muro posizionato su un proseguo di perimetro lineare percettibile implicitamente attraverso le numerose pietre che concorrono a circoscriverlo e che non sono quindi posizionate lì in modo casuale.


Questo muro residuo presenta una tecnica probabilmente a sacco o una muratura a filari irregolari, dove l'uso di malta che appare ancora visibile in alcuni giunti, indica una volontà costruttiva ben precisa dove la presenza di blocchi di pietre di dimensioni maggiori alternate a materiale di riempimento minuto, rappresenta un modus operandi tipico nel Medioevo rurale.


Questa procedura rispondeva ad esigenze di ottenimento di una particolare stabilità.


Mentre in contesto medievale le abitazioni cittadine circostanti venivano costruite in legno o in altri materiali deperibili, i complessi istituzionali come in questo caso le Chiese rurali, venivano realizzati in pietra, pensati per durare secoli e mantenere una sobrietà stilistica che evitava gli orpelli tipici invece dell'architettura civile pubblica.


In questo caso la pietra locale utilizzata, probabilmente una pietra sedimentaria o vulcanica grigio verde, diventerà elemento di utile decifrazione del contesto proprio per il suo impiego ripetuto in ciascuna di queste zone, da sito a sito, dove ognuna di queste aree, nonostante lo stato di crollo complessivo, è riuscita a mantenere preziosamente in vita fino a noi, i toponomi antichi.


In particolare un elemento chiave nella disposizione di queste pietre, a questo proposito, è dato dalla posizione di due blocchetti litici della tipologia grigio verde sopra citata, in giacitura primaria che perfettamente allineati al tratto in elevato, si rendono utili all'individuazione dell'andamento planimetrico della struttura.


Proseguendo l'indagine, la sequenza di ulteriori allineamenti che si incontrano e che convergono soprattutto in un'altra struttura dove emerge un ulterore circonferenza costituita da un secondo muro con stessa tecnica di realizzazione, non fa che confermare la natura unitaria del complesso dimostrando che l'intera area è stata organizzata in un progetto architettonico coerente e, soprattutto, durevole.


La nuova giacitura primaria di questi blocchi, anche quando parzialmente celati dal sedimento o dalla vegetazione, è il sigillo della loro autenticità. Siamo di fronte a ciò che resta di una precisa volontà costruttiva rimasta ancorata al suolo nel tempo.


Questi resti, oggi solitari tra gli alberi, formavano un tempo una rete pulsante e interconnessa. Ricomporre la loro trama non significa solo ricostruire il passato di una frazione, ma ridare dignità a un intero territorio che, secoli fa, ha saputo organizzarsi, difendersi e lasciare un'impronta che il tempo, seppur lentamente, non è ancora riuscito a cancellare del tutto.


È incredibile come all'inizio di questo mio passaggio attento tra queste pietre, mi sia chiesta se la presenza dei singoli toponimi si fosse riversata anche in un'autonomia amministrativa, per poi uscire dal bosco con tutt'altra convizione.


Queste Chiese dovevano necessariamente essere parte di un sistema unico sotto l'egidia di Vallocchi, Chiesa madre che serviva piccole comunità locali. La Pieve, attraverso la sua giurisdizione incassava le decime, gestiva i sacerdoti che vi officiavano e manteneva il controllo spirituale dell'area proprio attraverso questa rete di punti di appoggio.


Spostandomi in un altra area del bosco, l'indagine archeologica di superficie condotta, ha evidenziato le creste murarie di un corpo di fabbrica a pianta quadrangolare.


Spostando lo sguardo su questo secondo complesso archeologico, ci accorgiamo di essere di fronte a una struttura che è stata pensata e costruita anch'essa per durare nel tempo.


​La prima cosa che salta all'occhio è come è stato lavorato il pendio e di come ci troviamo di fronte ad un terreno nettamente scavato, in profondità.


Lungo il lato esterno della muratura è visibile una depressione lineare compatibile con la trincea di fondazione.


Potrebbe conservarsi un profilo di fondazione piuttosto netto, una linea scavata nel banco roccioso che fa da base all'intero perimetro. Non sembrerebbe essere una traccia lasciata dal tempo, ma il segno di un progetto preciso: è stato scavato per mettere in piano i muri, altrimenti sarebbe stato molto difficile garantire la stabilità della struttura su un pendio così accentuato.


Non dobbiamo dimenticare che il terreno che calpestiamo oggi è, nella sua conformazione, lo stesso versante che i costruttori medievali si sono trovati davanti secoli fa. La pendenza è la stessa. Questa è una chiave di lettura importante: gli antichi costruttori non hanno trovato un piano naturale su cui appoggiare i muri ma hanno dovuto fare i conti con il pendio, modellandolo attraverso quello scavo di fondazione di cui parlavo, necessario per creare un piano di posa stabile e orizzontale.


Se guardiamo bene il muro frontale in alto, scopriamo che non ci sono solo blocchi di tufo squadrati messi in fila. In alcuni punti, vediamo i blocchi di tufo sono stati incastrati insieme a pietre più piccole e irregolari. Le stesse pietre degli ambienti precedenti.


Torna anche qui il concetto di muratura a sacco dove i tufi fanno da armatura esterna per dare ordine e resistenza, mentre il nucleo è stato riempito con pietrame che avevano sottomano.


​E la malta? Anche se oggi non la vediamo, dobbiamo immaginare che vi fosse. È sparita col per via di secoli di pioggia e umidità.


Senza malta, un muro costruito con questa mescolanza di pietre e tufi, sarebbe crollato molto prima.


Quello che vediamo oggi insomma, è lo scheletro di una muratura che un tempo era ben sigillata.


​Ma a mii avviso, il vero pezzo forte che ci fa capisce l'esistenza concreta di un edificio è l'angolo che scorgo.


Sul lato frontale alto alla mia destra, c'è un raccordo netto, preciso, uno spigolo che non lascia spazio a dubbi.


I conci sembrano avere uno spessore importante, di circa 60-80 cm.
​Quest'angolo ci dice che la struttura era rettangolare, ben definita e chiusa.


Il materiale utilizzato, in conci di tufo può far presupporre sia una comodità di reperimento.dettata dal contesto di questo specifico versante così come pure non escludo la possibilità di un reimpiego che attinga ad epoca romana.


Ma esiste un'altra presenza che ci fornisce un nuovo collante di questo sistema centralizzato ed è la chicca assoluta di una struttura a torretta edificata verosimilmente come presidio territoriale, la cui funzione era quella di regolare il transito nel punto di snodo viario.

Dalle indagini emerge un basamento perimetrale di buona fattura perchè caratterizzato da una muratura in opera ancora parzialmente integra che delinea l'ingombro originario della struttura.

Non si tratta di un muro di contenimento, ma di un elevato portante, realizzato con pietre sedimentarie accuratamente allettate, atto a sostenere il peso di una torretta che mantiene tutt'ora il suo sviluppo in altezza pur nella condizione di impoverimento attuale.


​Il crollo visibile a valle, che si estende fin quasi al limite del tracciato stradale, rappresenta la coltre di risulta dell'elevato originale: ciò che oggi appare come un accumulo di pietrame può dunque essere interpretato con il corpo dell'edificio che ha ceduto nel tempo verso la strada. La tecnica costruttiva, solida e intenzionale, conferma che la torretta fungeva da vero e proprio posto di controllo del sistema.

Una sentinella amministrativa posta a guardia del bivio, destinata alla gestione dei transiti, alla verifica dei passaggi e, probabilmente, alla riscossione di diritti legati all'uso delle vie di comunicazione.

Questa torretta, dunque, non può che confermare un antico complesso insediativo organico distribuito in modo capillare sul territorio.

 

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